So cute, so sad
di Matteo Meschiari

In questi giorni si parla di una nuova "crudeltà sugli animali": una leonessa di un anno è stata sezionata davanti a un pubblico di bambini nello "zoo degli orrori" di Copenhagen. Dopo la giraffa Marius, è ora il turno di un felino in sovrannumero. Così, invece di concentrarsi sull'assurdità di un sistema in cui aggressività e sovrappopolazione diventano parametri per sfoltire gli ospiti coatti degli zoo, l'opinione pubblica si indigna profondamente per il coinvolgimento dei bambini in un atto di "barbarie".

Poco importa se l'animale viene sezionato a vari mesi dalla morte (avvenuta il febbraio scorso): si parla comunque di "crudeltà". E poco importa se si tratta di dissezione a fini didattici: la stampa parla di "fare a pezzi" un animale. Non so voi, ma io trovo abbastanza interessante questo slittamento (dis)percettivo, questa estensione dell'idea di crudeltà e di violenza dall'essere vivente al cadavere, come se tortura e vivisezione potessero continuare post mortem, in "un'altra vita". Il punto infatti è proprio questo: se si dovesse scrivere un libro intitolato L'animisme aujourd'hui, una grossa sezione andrebbe dedicata all'animalismo e all'antispecismo, e la prospettiva antropologica ci aiuta a capire un po' meglio la nuova società degli affetti. Perché non basta dire che viviamo in un'epoca in cui il pensiero logico ha ceduto il passo alla logica ricattatoria delle emozioni, non possiamo solo ironizzare su milioni di psicolabili che riempiono i social network di gattini e cagnolini ed esprimono il loro dissenso, qualunque dissenso, con un I like. Mancando la funzione I don't like, il disaccordo è espresso per adesione affermativa a un'opinione, e lo spazio potenzialmente correttivo del commento, immerso in un liquido amniotico aggregante, non ha mai la forza e il rilievo (semantico e grafico) di un "no" nudo e crudo. Questa doppia articolazione, di animismo emozionale e di endogamia politically correct, sta foggiando in Occidente un'idea dell'animale molto diversa dal modello di origine. Siamo infatti passati da un regime di "disponibilità massima" sostenuto fino a poco tempo fa dalla cultura giudaico-cristiana a un regime di "intangibilità assoluta" propugnato da un neo-animismo gassoso. Da un lato un sistema cosmologico duro, dall'altro una generica e personale disponibilità alla credenza. Per quanto esistano predicatori antispecisti muniti di armamentario mediatico e di volontà dogmatizzante, di fatto l'animismo antispecista si sta dotando da sé di culti e credenze "pop", fondati essenzialmente su allusioni e analogie tra immagini. Non un credo strutturato,  ma un sistema di dubbi e approssimazioni del pensiero che non coglie (o che trascura) il problema ontologico dell'animalità e che preferisce fondare la sua adesione ideologica (animalismo, antispecismo, veganismo) su mere "apparizioni" di senso. Mentre lo sviluppo dottrinale dall'alto produce manufatti intellettuali alla portata di pochi, dal basso assistiamo al formarsi nebuloso di un sistema intuitivo di rappresentazioni. L'animismo di cui sto parlando trova supporto nell'animismo delle immagini: l'uomo esercita in continuo una sorta di "metacognizione empatica" sulle cose, in altre parole ha la capacità di immaginare nell’altro (uomo, animale, cosa) gli stessi stati mentali che è in grado di riconoscere in sé stesso. A maggior ragione nelle immagini, che non sono semplici oggetti visuali, ma zone di possibilità in cui l'immaginario proiettivo agisce tanto a monte quanto a valle della produzione dell'immagine. Un animale reale, ma anche un animale fotografato, disegnato, scolpito, pone l'osservatore in una postura contemplativa e lo spinge a instaurare con l’essere-icona una relazione d’intimità. L'immagine è "viva", ma l'immagine di un animale è ancora più viva. Ecco allora milioni di immagini di animali "so cute!" e "so sad!" che producono sull'onda dell'emozione uno shift (semantico e a lungo andare cognitivo) dall'informazione all'opinione, e poi dall'opinione alla credenza: i dati di cronaca non vanno più verificati, pensati, smontati con occhio analitico, semplicemente chiamano a un'adesione per assenso o dissenso acritici. E questo movimento a scorciatoia significa la sostituzione del pensiero razionale con lo storytelling, col racconto delle passioni, attraverso una costellazione di immagini che funzionano come catalizzatori sensibili in un regime di credenza lacunoso, allusivo, disinformato. Ed è appunto nella lacuna, nell'emozione e nell'immaginazione che la credenza trova l'humus ideale per trasformare la banalità in pregnanza, il dubbio in certezza arrogante, la morale privata in etica pubblica. È quel meccanismo che Severi chiama "riluttanza a non credere": "il legame che si stabilisce tra la persona e la rappresentazione (quel che ho chiamato l'aspetto psicologico della credenza) è quello, insieme angoscioso/persistente, dal punto di vista affettivo, e fragile dal punto di vista logico che produce una proiezione. Questo legame tramite il dubbio non ha nulla della serenità di una professione di fede" (Il percorso e la voce, p. 225). Ma la cosa importante è che questo "non so se" si regge, almeno nel nostro caso, sulla naturale predisposizione all'animismo di Homo sapiens: la "debolezza di ammettere qualche isolata eccezione" (Ivi, p. 226) è possibile proprio perché la nostra specie ha bisogno di imputare un'anima a quasi tutto, per scavare itinerari di senso nella sua esistenziale esposizione al dubbio: un'anima agli animali e anche un'anima alle immagini di animali. Niente di nuovo, ovviamente. Facebook si riempie come Lascaux delle icone che ci aiutano a pensare/sentire qualche aspetto del mondo a cui teniamo, ma con la differenza che in assenza di cosmologia il problema si riduce a quello di un particolare stato mentale in cui è l'angoscia dell'incertezza a generare proiezioni. Non mi riferisco qui all'antiumanesimo apocalittico degli antispecisti radicali, all'equazione carnivoro-pedofilo sempre più virale o all'aggressività violenta verso malati gravi che hanno la colpa irredimibile di usare farmaci testati su animali. Penso piuttosto a frasi del tipo "io bacio le anime pure degne di amore incondizionato" che accompagnano foto di cuccioli e pets, e che ci aiutano a capire su quale tipo di animismo siano ormai schiacciate le immagini contemporanee di animali. L'amore facile, senza parole, generalmente estraneo al doppio legame alla Bateson, appiattisce l'animale a una funzione emotiva che tende a riequilibrare in senso gratificante le difficoltà e i vuoti d'affetto di una vita solitaria e di una comunità assente. A questo punto è allora comprensibile perché la giraffa Marius o la leonessa sezionata non siano solo i destinatari di un'empatia antispecista ma, forse (e soprattutto), di un transfert antropomorfo. Su quel banco anatomico c'è forse la vergogna soggettiva della nudità più nuda esposta agli occhi di un pubblico d'infanzia? Altrimenti perché questo orrore indignato pensando a un bambino-spettatore? Basterebbe un po' di consapevolezza antropologica per uscirne: l'anatomia animale appassiona i bambini non ancora educati al disgusto perché l'insieme di organi umani e animali è stato il primo sistema inferenziale complesso su cui si è esercitata la nostra specie. L'organicismo e lo strutturalismo vengono da lì, e una lezione di anatomia animale offerta a un bambino è un dono cognitivo, non la spettacolarizzazione di un atto di crudeltà perpetrato dopo la morte su un'anima innocente. Ma l'antropologia, anche quando ci parla di una memoria biologico-culturale di lunga durata, può molto poco di fronte alle narrazioni emozionali della rete. Soprattutto non ha quasi nessuna efficacia sui nodi d'infanzia che spingono molti adulti a proiettare sui bambini (in genere altrui) i propri vuoti e le proprie paure. Così abbiamo un mondo di animali pensati come bambini e di bambini pensati come cuccioli. Non per empatia. Ma per trauma. Per incompletezza. Probabilmente per senso di colpa.

1 commento:

  1. Certo, è un "dono cognitivo" sezionare un animale davanti ai bambini. In tutte le civiltà carnivore i bambini hanno assistito o assistono alla macellazione e al sezionamento di galline, maiali, capretti, vitelli. I templi ebraici, greci, romani..., puzzavano tutti di sangue. Assistere al sacrificio degli animali era rituale. Vi ricordate dei due galletti di Socrate? Non solo assistere, anche partecipare: noi bambini avevamo il compito di mantenere la coda del maiale mentre veniva scannato. Uno dono cognitivo di cui la civiltà ipocrita borghese inizia a sentire la mancanza? Ma perché invece che in una cella sterilizzata dello zoo di Copenhagen non hanno portato i bambini a ricevere molti più doni cognitivi nei numerosissimi macelli della civilissima Danimarca?

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