CINQUE TESI CONTRO L'ANTISPECISMO
di Matteo Meschiari


Un ripensamento radicale del rapporto animale-uomo è necessario, specialmente in un regime di consumismo esasperato. L’industria alimentare globale, lo sfruttamento intensivo, la sofferenza taciuta sono problemi urgenti e reali. Un vero ripensamento deve poggiare su una presa di coscienza allargata, ma le idee e le pratiche antispeciste tendono a radicalizzare i termini del problema e a estremizzare le posizioni degli attori sociali. Questo accade perché le pratiche (giuste o sbagliate) rielaborano idee (giuste o sbagliate) in base a logiche di massa. In particolare, la forza (di comunicazione) e la debolezza (politica) dell’antispecismo poggiano su 5 punti critici. Non tutto l’antispecismo ne è toccato, ma il problema è là.



1) ESCLUSIVISMO: Un certo antispecismo sta adottando a livello mediatico i modi e i toni del monologo politico e religioso. Profondamente differenziato al suo interno, trova compattezza nella dialettica universale del “noi” contro “loro”. Linguaggi (e sempre più spesso atti) propri dello scontro violento aggirano il confronto razionale e trasformano la riflessione plurale in una campagna di adesione emotiva (“o con noi o contro di noi”). Microfascismo verbale e squadrismo in rete stanno sostituendo al dialogo civile i toni unilaterali dell’accusa, del giustizialismo, del gregarismo, del fanatismo e dell’intimidazione. La costruzione violenta, con toni vendicativi, a volte apocalittici, ricalca l’antinomia “eletti-dannati”.   

2) IRRAZIONALISMO: Nonostante l’antispecismo cerchi puntelli scientifici (evoluzionismo, neuroscienze, fisiologia), il suo discorso resta essenzialmente una narrazione etico-morale. In quanto racconto, la sua efficacia non è data dal grado di veridicità o ragionevolezza, ma dalla capacità di trasformare lo spettatore in personaggio. Per operare questa trasformazione identitaria deve fargli sospendere il pensiero razionale, in due modi: cercando una falla emotiva e usando una logica fallace. L’emozione e la fallacia discorsiva aprono il terreno al pensiero mistico e allo spiritualismo. Per questo l’antispecismo è permeabile alle subculture e alle filosofie alternative (new age, teosofia, complottismo, sciamanesimo, millenarismo, animismo pop, ecc.).

3) FIDEISMO: Nonostante le minuziose argomentazioni pseudo-razionali, di fronte all’impossibilità di fornire prove decisive ad assunti razionalmente insostenibili (“la sofferenza della zanzara e quella del vitello sono identiche”) si richiede all’antispecista un atto di fede finale. Questo arriva o per adesione emotiva (“sento che è giusto così”) o per ragionevole dubbio (“non lo so ma forse è così”). In entrambi i casi il discorso antispecista si spinge fino a un certo punto, dopodiché è la coscienza del singolo che interviene per suggellare il patto. Questo stacco dal pensiero alla fede non accade una volta per tutte, ma diventa un modo ricorrente di impostare e risolvere i problemi, anche quelli che nascono dal confronto con le idee altrui.  

4) POPULISMO: L’antispecismo si è dotato di un apparato di propaganda in cui il nemico è rappresentato come un mostro che attenta alla perfezione e alla purezza dell’animale (“i carnivori sono nazisti/barbari/pedofili”). Questa propaganda non produce solo degli enunciati retorici ma incoraggia delle abitudini cognitive. Alla lettura critica dei fenomeni si sostituisce il coinvolgimento affettivo, all’analisi del problema si preferisce puntare sull’empatia. Indignazione, tenerezza, pietà, orgoglio, rabbia sono la grammatica elementare degli affetti che guida il trattamento delle informazioni. Enormemente amplificato dai social network, il sistema ricattatorio dell’emozione sostituisce alla lettura lenta l’opinione frettolosa.

5) ANTROPOCENTRISMO: Nonostante il lavoro principale dell’antispecismo sia quello di smantellare il primato ontologico e sociale dell’uomo, resta comunque l’uomo a dover guidare la preconizzata transizione da una società di sfruttamento a una società più giusta per gli animali. Nonostante questa transizione debba passare attraverso un’attribuzione di maggiori e uguali diritti agli animali, resta comunque l’uomo a dover fare il garante di questo nuovo sistema etico-giuridico. Da un lato si parla di antiumaneso e di postumanesimo, dall’altro l’umano illuminato e paterno (alcuni, non tutti...) è un amico-collaboratore indispensabile. Da qui l’altra faccia dell’antropocentrismo: il nichilismo apocalittico (“basta umani, solo animali”).

Abbattere con queste premesse le barriere ontologiche tra uomo e animale significa avviarsi verso due scenari complementari che l'umanità ha conosciuto in precedenza: isolare una casta che prende decisioni politiche in nome di un ideale superiore ai bisogni e ai diritti del singolo; definire una nuova tassonomia operativa che separa animali buoni che decidono (antispecisti) e animali cattivi da punire, rieducare, sopprimere (specisti). L'infiltrazione palese delle destre radicali nel movimento antispecista dovrebbe allarmare tutti. Raramente però l'antispecista di sinistra si impegna a prendere le distanze, perché, per la causa, il fine giustifica i mezzi.




2 commenti:

  1. http://www.manifestoantispecista.org/web/cinque-tesi-sbagliate-contro-lantispecismo/

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  2. Affibbiare all'antispecismo un ruolo di trait d'union allo spiritualismo e a religioni, filosofie varie, quando il cosiddetto personaggio avrebbe stimolata la coscienza da parte di un'oggettiva verità (video, foto, spesso provenienti da investigazioni), mi fa sentire in un tipo di sogno felliniano, per non dire su Scherzi a Parte. Da quando ho sposato questa corrente di pensiero, mille, non millenarista, volte più pragmatica di qualsiasi religione basata sul patto di un tornaconto oltremondano, il mio ateismo è dapprima fiorito e poi percentualizzato al quantitativo massimo perchè io possa affermare di aver sentito un'espansione della mia visione d'insieme, che la religione non mi aveva mai fornito. Però, continui pure...

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